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Femminismo

Femminismo

“…il disagio che io avevo vissuto da bambina prima e come giovane donna dopo non era un mio affare personale, qualcosa di privato, ma un problema di ordine collettivo che pretendeva un’attenzione di tipo politico. Il personale è politico. E’ lì che mi è entrato nel sangue.”

(Serena Ballista)

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Ho sempre avuto la sensazione che qualcosa non andasse, fin da bambina quando già all’elementari il mio NO alla gonna, al colore rosa e alla docilità che in generale avrebbe dovuto contraddistinguere una bambina per bene era categorico.
Non avevo ancora le parole per esprimere quello che diventava giorno dopo giorno sempre più chiaro nella mia testa, e cioè che tutto quello che caratterizzava il femminile aveva meno valore e prestigio di tutto il resto, dove il “resto” era l’universale maschile, la regola, la prassi, la norma dalla quali più ti discostavi e più avevi da rimetterci.
E allora portare la gonna significava già a 7 anni doverti difendere da compagni che te la sollevavano per guardarti le mutande o, peggio, toccarti.
Scegliere il rosa significava autoghettizzarsi e ammettere davanti a tutti sei una femminuccia, in altre parole una debole, una perdente, una bisognosa di protezione, una che corre piano, una che piange per tutto, una che non si vuole nella propria squadra e perde per forza a braccio di ferro.
Così, per reazione, mi sono ritrovata inconsapevolmente a fare a rovescio. La gonna devo averla rimessa soltanto alle superiori. Se giocavo con i bambolotti, non ero mai la mamma ma loro sorella. Sono diventata brava negli sport perché ho creduto di poterlo fare e così è stato. Le mie medaglie vinte in piscina sono state per lungo tempo il mio orgoglio. Il mio mondo di Barbie era una società matriarcale che si doveva difendere da un Ken stupratore seriale, dove la mia Barbie preferita, che avevo chiamato Kim, era un mostro a detta della mia amica Alessandra. Questo perché l’avevo un po’ personalizzata: taglio veramente creativo di capelli, tintura di gesso e Uniposca blu, ombretto scuro, sorriso smagliante deturpato con le forbicine da unghie per permetterle di aprire la bocca e parlare (!), qualche ferita dipinta sul corpo segno di colluttazioni avute prendendo le parti di qualcuno in difficoltà e vestiti ricavati dai miei vecchi costumi di nuoto tenuti su con mollettine di metallo.

Ma anche così c’era qualcosa che stonava perché quando, ad esempio, battevo un mio compagno a braccio di ferro ero felice più del normale. In qualche modo, traevo piacere dal fatto di averlo scimmiottato e superato, e quindi umiliato. Non mi sarebbe successa una cosa simile con una compagna. C’era un sentimento di rivalsa, di riscatto nei confronti dei maschi che nel tempo mi ha dato da pensare, soprattutto durante l’adolescenza. L’adolescenza è stato il periodo in cui consapevolmente ho iniziato a cercare, a cercarmi. Le donne. Chi erano? Assenti da qualunque tipo di narrazione che non fosse quella tradizionale della sposa felice e della madre accudente. Dov’erano le donne, quelle vere, quelle autentiche?
Quando ho iniziato a trovarle in alcuni romanzi scritti da donne non ho più smesso di cercare perché più trovavo loro, più trovavo me stessa. Sono diventata femminista lì, attorno ai quindici anni, quando ho inaugurato un percorso di autoconoscenza impossibile da compiere senza inserirsi in una genealogia femminile fatta di madri e sorelle d’elezione, putative, di quelle che si scelgono perché hanno qualcosa da dirti, che ti corrisponde. “Amicizie stellari”, così le chiamerebbe Nadia Fusini. Amicizie impossibili con donne del passato. Amicizie che non sono necessariamente intimità, ma pezzi di strada da fare insieme, come direbbe Hannah Arendt.

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Ho passato anni insieme alle mie amicizie fatte di carta stampata e inchiostro. Respiravo il femminismo ma da lontano, ancora tutto in teoria. La svolta è arrivata quando ho avuto l’occasione di prendere parte alla sua messa in pratica. E l’occasione l’ho colta precisamente l’8 marzo del 2008 mentre andavo all’università, camminando veloce lungo la Via Emilia in centro storico a Modena alla volta di Piazza Sant’Eufemia. Ho comprato per me stessa la mia prima mimosa dell’UDI da Rosanna Galli. Solo dopo mi sono resa conto del gesto politico che quell’acquisto comportava. Non era solo un acquisto, un aver speso “quattro euro per la mimosa piccola”. Era piuttosto un’adesione, un sodalizio, un atto di fiducia, un a consegna di testimone, una presa in carico di una nuova responsabilità verso me stessa e le altre. Così ho conosciuto l’UDI, uno spazio abitato da donne in carne e ossa dalle quali ho imparato che il disagio che io avevo vissuto da bambina prima e come giovane donna dopo non era un mio affare personale, qualcosa di privato, ma un problema di ordine collettivo che pretendeva un’attenzione di tipo politico.
Il personale è politico. E’ lì che mi è entrato nel sangue.

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